Il caso Chick-fil-A e l’agitazione del feticcio matrimoniale fino all’assurdo
Nozze gay al palasharp di Ny
Kameron Slade si è presentato con il vestito della festa nella sontuosa e démodée sala consiliare di New York. Accompagnato dalla speaker del Consiglio cittadino, Christine Quinn, ha raggiunto con passi delicati e tuttavia fermi un microfono preparato per lui al centro dell’aula, e lì ha preso a leggere il suo breve saggio di progressismo: “Il presidente Barack Obama recentemente ha parlato del matrimonio gay con sua moglie e le figlie.
20 AGO 20

Kameron Slade si è presentato con il vestito della festa nella sontuosa e démodée sala consiliare di New York. Accompagnato dalla speaker del Consiglio cittadino, Christine Quinn, ha raggiunto con passi delicati e tuttavia fermi un microfono preparato per lui al centro dell’aula, e lì ha preso a leggere il suo breve saggio di progressismo: “Il presidente Barack Obama recentemente ha parlato del matrimonio gay con sua moglie e le figlie. Alcuni sono a favore del matrimonio omosessuale, mentre altri sono contrari. Come il presidente Obama, credo che tutti dovrebbero avere il diritto di sposare chi vogliono. Il matrimonio riguarda l’amore, il sostegno e l’impegno. Dunque chi siamo noi per giudicare?”. Applausi convinti degli astanti e occhi lucidi per Quinn, che grazie alla legge di New York recentemente si è potuta sposare con la sua compagna storica; mentre Michael Bloomberg, il suo sponsor politico, che con una mano benediceva l’ennesima conquista liberal – e l’avanzamento pubblico di un aspirante sindaco a lui gradito – e con l’altra calcolava l’indotto che i matrimoni gay hanno donato alla città: 259 milioni di dollari. Slade, insomma, la vede come Bloomberg e Quinn, sente propria la sensibilità di un Obama, il presidente che ha tenuto in cantiere una lunga evoluzione interiore sulla faccenda per non eccedere nell’assertività ideologica intorno a un tema culturalmente ed elettoralmente controverso.
Soltanto che Slade ha dieci anni. E’ nato quando le Torri gemelle erano già state abbattute e il matrimonio gay era già stato incluso de facto nella sempre più lunga lista dei diritti inalienabili: al confronto il tredicenne che nell’indimenticato guazzabuglio del Palasharp chiedeva le dimissioni di Berlusconi è un politico di lungo corso. A dieci anni Kameron Slade ha fatto capolino nel cuore della metropoli liberal che racchiude in sé un pezzo ingente della postmodernità occidentale per dire che il matrimonio gay è una cosa buona e chi lo propone è, per proprietà transitiva, un uomo buono e un buon politico. Quello che ha fatto il piccolo Kameron, in realtà, è legittimare le Christine Quinn e i Michael Bloomberg di tutto il mondo, affermando implicitamente, con la forza della sua piccola e magnetica presenza pubblica, un concetto semplice: il matrimonio gay è talmente naturale e negarlo è talmente retrogrado che anche un bambino di dieci anni lo sa. L’intervento di un decenne non può stare a significare altro che la virtù dell’unione degli omosessuali da conclusione si è trasformata in premessa, giudizio innato che non necessita di riflessione e confronto con l’esperienza.
Per giustificare l’invito di Kameron, Quinn si è appellata a un argomento incontestabile: la censura. Il piccolo è stato censurato dal preside della scuola, che nell’ambito di una di quelle iniziative creative (qualunque cosa voglia dire) che piacciono tanto ai pedagoghi americani aveva invitato ogni studente a tenere un piccolo discorso davanti a tutti. Lui aveva scritto una lunga difesa del matrimonio gay, ed era stato drammaticamente censurato da quei professori oscurantisti che notoriamente abbondano nelle scuole di New York. Quando Quinn ha visto la notizia su una televisione locale si è commossa per il doppio delitto commesso ai danni di Kameron e contemporaneamente s’è fregata le mani. Quale occasione migliore, del resto.
Una volta, ha raccontato il bambino, è andato in gita con un compagno di scuola e le sue due mamme: “Sembravano come ogni altra famiglia. La sola differenza è che c’erano due madri invece di un padre e una madre”.
Una volta, ha raccontato il bambino, è andato in gita con un compagno di scuola e le sue due mamme: “Sembravano come ogni altra famiglia. La sola differenza è che c’erano due madri invece di un padre e una madre”.
Soprattutto ora che la questione del matrimonio gay s’è infiammata e tutta la mobilia fa massa quando bisogna fare le barricate. La Casa Bianca sta spronando la Corte suprema a prendere in considerazione in autunno la legge in difesa del matrimonio tradizionale firmata da Clinton, che quasi certamente non passerebbe il test di costituzionalità. Ad alimentare lo psicodramma è arrivato anche Dan Cathy, proprietario della catena di fast food della Georgia Chick-fil-A, e finanziatore di associazioni che sostengono il matrimonio “nella sua definizione biblica”. In un’intervista radiofonica Cathy ha detto: “Invitiamo Dio a condannare la nostra nazione ogni volta che ci rivolgiamo a lui dicendo: ‘Sappiamo meglio di te che cos’è il matrimonio’”.
Affermazione inconcepibile e offensiva per ogni liberal americano abbastanza engagé da convocare un bambino di dieci anni per rendere convincente il sermone che lui avrebbe voluto pronunciare. Rahm Emanuel, sindaco di Chicago, ha voluto esagerare a tal punto la sua indignazione che è finito per andare fuori tema. Ai cittadini di Chicago ha promesso che impedirà l’apertura di un punto vendita Chick-fil-A e si è beccato la reprimende di un ultraliberal come Kevin Drum: “Non amministri le licenze dei negozi basandosi sulle idee dei proprietari. Non in America”. E’ quello che pensa anche il mormone Bill Marriott, il re degli alberghi, che in conformità con il suo credo non approva il matrimonio gay, ma per esigenze di business è diventato sponsor di campagne per la parità. E nell’offensiva transpolitica si sono buttati anche quattro ricchi tycoon repubblicani, che dalla California foraggiano a suon di milioni i referendum per la legalizzazione del matrimonio gay in Maine, Maryland, Minnesota e nello stato di Washington.